Una comunità salva la propria identità

Villanova di Bagnacavallo, 1984 – 85

Nel giugno del 1985, su stimolo del presidente del consiglio di frazione Antonio Pilotti e di un non-villanovese Claudio Conti, si formò un piccolo gruppo di interessati, il Gruppo Culturale Civiltà della Erbe Palustri, nucleo della futura associazione, ed io e mio marito iniziammo un primo lavoro di indagine conoscitiva all’interno del paese per recuperare attrezzature originali, fasci d’erba, manufatti ed avanzi di magazzini allo scopo di creare una piccola manifestazione.

In seguito a questa prima esperienza, nell’ottobre dello stesso anno, si realizzò, in piazza Tre Martiri, la prima edizione della Sagra Civiltà delle Erbe Palustri, che vide all’opera un primo nucleo di artigiani esperti nelle varie specialità villanovesi, che diventerà il Cantiere Aperto, e che suscitò una grandissima emozione da parte di tutto il paese.
Fu molto importante, infatti, individuare quante persone ancora possedessero il bagaglio inalterato delle arti manipolative delle erbe palustri e fossero disponibili a collaborare a una prima idea informale di ricostruzione della produzione classica villanovese a scopo di studio e di raccolta. La prima collezione di manufatti fu sistemata inizialmente nella Sala del Palazzone e successivamente fu trasferita in due stanze dell’attuale sede. A tutto questo non saremmo mai arrivati senza la preziosa collaborazione del primo informatore, Valeriano Barangani, e di Amleto Marescotti, detto Venerino, padre di Ivano.
Ma la storia per me era già cominciata. Tutto ebbe inizio con il mio matrimonio col figlio del noto e stimatissimo artigiano villanovese Barangani Valeriano, conosciuto in tutto il mondo della valle e del commercio delle erbe palustri.
Il mio trasferimento nella famiglia Barangani, sconvolse la routine quotidiana di una tranquilla famiglia di artigiani villanovesi, che a quel tempo stavano tentando di cessare completamente la loro attività di lavorazione e di commercio delle erbe palustri.
Nell’arredare il mio nuovo piccolo appartamento, desideravo abbellire le finestre con quelle tendine che vedevo a brandelli nel “casone”, il laboratorio della zia di mio marito. Mio suocero negava la possibilità di ricostruirli e mi suggeriva delle veneziane in plastica. La mia insistenza fece sì che una sera mi portasse un piccolo fascio di erba recuperato nel magazzino di un collega e in seguito anche il telaio dell’ultima anziana signora che in paese aveva costruito i sturul da finestra. Alla vista di questo semplicissimo attrezzo, inciso dalle funi e dai segni di riferimento che si erano sovrapposti nel corso anni, ci lessi una storia che doveva essere raccontata e da non lasciare morire senza considerazione. La stessa emozione la provavo ogni qual volta mi recavo nel laboratorio dei genitori di mio marito, dove vedevo delle strane forme, per me incomprensibili, attrezzi, legacci e manufatti che mi convincevano sempre più che il paese strava sbagliando a lasciare che tutto questo mondo si perdesse nell’oblio.

allestimento ecomuseo

Mi recai dunque da un falegname e gli commissionai una copia dell’antico telaio che riposi in magazzino senza pensare minimamente di usurarlo ulteriormente. Il telaio, però, non bastava per realizzare gli stuoini; serviva la materia prima. Una sera mio marito, di ritorno dal lavoro, comunicò a suo padre di aver acquistato la broja. Vidi mio suocero mettersi le mani tra i capelli alla risposta di suo figlio: «Ne ho comprato un furgone intero; o tutto o niente». Il padre lo sgridò dicendo: «Una pazzia! Un furgone di materiale per accontentare tua moglie!».Il figlio rispose: «Hai il magazzino vuoto; la pago io; la mettiamo là».
Fu così che imparai a costruire le tendine grazie agli insegnamenti della mamma di mio marito e una volta completate le esposi orgogliosamente alle finestre che davano sulla strada principale. Diversi passanti le notarono e me le commissionarono; non solo finimmo tutto il furgone ma cominciammo ad andarla a raccogliere e a produrre tendine anche per alcune case del centro storico di Ravenna, dalle quali provengono le tendine originali verniciate che ora sono esposte al museo, manufatti che hanno più di 100 anni.
Inizia così la storia di un ecomuseo vero che già nell’85 intuiva l’importanza di recuperare l’identità di un territorio abitato una comunità laboriosa e geniale che, pur ignara delle sue potenzialità e della sua reale ricchezza, aveva sviluppato un’economia ecosostenibile che dava lavoro a tutte le fasce di età, dai bambini agli anziani, a uomini e donne.