Donne forti

Uno dei primi studi economici dedicati alle manifatture di Villanova, quello redatto nel 1914 dal dottor Giovanni Piani, classificando quelle piccole industrie rurali, divideva le attività svolte in mascoline e femminine.
Mentre gli uomini attendevano solitamente alla produzione di sedie, gabbie e scope, le donne erano occupate, in numero di gran lunga superiore a quello degli uomini, nella produzione di sporte, stuoie, graticci e impagliati vari.

L’attento ricercatore notava subito che, mentre gli uomini “si sono arrestati a tipi grossolani escludendo ogni lavoro richiedente una maggiore accuratezza e finezza”  le lavorazioni curate dalle donne “sono più svariate e trovano nel commercio un più largo consumo” garantendo così una maggiore stabilità dei prezzi di mercato.
I manufatti erano prodotti sia presso l’abitazione domestica che in laboratori collettivi, alle dipendenze di un imprenditore che forniva la materia prima acquistata all’ingrosso, e pagava le lavoranti in ragione dei pezzi effettivamente realizzati.

In un capannone-laboratorio potevano concentrarsi anche 60-80 operaie, impiegate in lavorazioni di pezzi completi oppure di componenti separati e assemblati successivamente. Le principianti più giovani, di solito, preparavano i manici delle sporte mentre le adulte più esperte realizzavano i fondi e le pareti delle sporte in giunco o paviera che, una volta ricomposti in borse complete, venivano pagate al pezzo. Le lavoratrici dipendenti, per una giornata di 10 ore, potevano guadagnare all’inizio del ‘900 da 1 o 2 lire giornaliere.

Di norma erano le più giovani a radunarsi alle dipendenze di un datore di lavoro; le donne sposate più adulte preferivano accudire anche la casa mentre intrecciavano le erbe palustri nel tempo residuo. Così facendo potevano anche inserire piccole rifiniture o espedienti che impreziosivano le sporte con decori e personalizzazioni non facilmente imitabili dalle altre artigiane.

Così pure uscivano da mani femminili le lavorazioni dei graticci, i supporti usati per l’allevamento dei bachi da seta, per la stagionatura delle uve e del tabacco, nei soffitti intonacati a volta e come ombreggianti. Il loro impiego era molto comune e la produzione piuttosto semplice in quanto non richiedeva alcuno strumento particolare, infatti il pannello veniva composto come una tessitura a terra. La canna, una volta sfogliata, veniva intrecciata e legata in pannelli di due metri per due, velocemente composti in mezz’ora circa e pagati 10/15 centesimi l’uno.

Benché modesti, questi proventi formavano pur sempre un reddito integrativo rispetto a quello del capo famiglia, solo che la donna poteva esattamente valutare i propri guadagni e questo la rendeva sempre meno dipendente dal marito, capace di incassare direttamente il frutto del proprio lavoro.
Negli anni 1965/66 dirà un’anziana lavorante “facevamo delle belle sporte da mandare a Firenze e prendevamo in un giorno più di un muratore a casa”

Tali ricavi finivano per stimolare e valorizzare il lavoro femminile, che in campagna non aveva occasione di essere valutato lontano dai minimi tariffari, e offrivano alle donne la consapevolezza di un ruolo attivo nell’economia familiare.
Percezione che si è diffusa nel tempo, è sopravvissuta alla stagione palustre e rimane ancora oggi un tratto distintivo delle donne del posto.